La PUBLAGIA è una sindrome molto diffusa, che in gergo medico è definita come sindrome retto-adduttoria. Colpisce Calciatori, tennisti, persone che praticano equitazione, o ciclisti, o chiunque pratica uno sport in cui vengono sollecitate le gambe. Naturalmente può colpire anche chi non pratica sport in modo professionistico, e spesso in questi casi, la causa va ricercata in altri fattori come squilibri posturali.
Quali sono le cause che determinano una pubalgia?
Le cause, sono davvero tante, e ne sono state identificate in letteratura, circa 70, ma in generale parliamo di una patologia da sovraccarico. Infatti per comprendere bene questa patologia, è importante analizzare il distretto anatomico ed il suo funzionamento.
L’osso pubico ha la sede in cui si inserisce il muscolo Adduttore, (che permette l’avvicinamento della gamba verso l’interno), e il retto dell’addome. Questi muscoli sono davvero molto forti, ed i continui traumi ripetuti dal gesto atletico, determinano delle microlesioni e l’insorgenza di processi infiammatori. Tale quadro rientra sicuramente nelle Mioentesite
Esistono vari gradi di pubalgia?
Sicuramente si, e proprio in base al grado di infiammazione, è importante scegliere la via migliore per risolvere questo problema.
Grado 0: è un dolore leggero, spesso silente, che viene messo in evidenza alla palpazione, ma che non inficia minimamente la deambulazione
Grado 1: è una pubalgia, che il paziente avverte, solo quando prova a praticare lo sport, ma che passa dopo aver terminato. È il grado più sottovalutato, in quanto la maggior parte delle persone tendono a sottovalutare la sintomatologia, o ancor peggio tendono a “stringere i denti” sperando che passi da solo.
Grado 2: Il dolore persiste anche dopo la pratica sportiva, e il paziente lo avverte anche camminando normalmente. Parliamo qui di un grado importante di infiammazione che va curato immediatamente per evitare che peggiori e passi al grado successivo
Grado 3:(Tendinosi Cronica): in questo grado il paziente ha un dolore che gli impedisce anche solo di camminare. Il dolore è molto forte, e sopratutto, tende a non risolversi neanche con gli antinfiammatori. I tempi di recupero sono molto lunghi e non sempre le cure rispondono in maniera soddisfacente, limitando molto l’attività sportiva anche per mesi.
Esistono dei Fattori di rischio o quali sono le cause di una pubalgia?
I fattori sono molti, ma il più frequente è sicuramente lo sbilanciamento funzionale tra I muscoli addominali e il muscolo adduttore, con il secondo che risulta essere quasi sempre molto più forte e tonico. Talvolta la comparsa di una pubalgia è secondaria ad una contrattura o stiramento dei flessori dell’anca, i quali inducono un cambiamento nella postura. Può contribuire anche una eccessiva lordosi lombare, che determina una retroversione del bacino con conseguente stiramento e sovraccarico nella zona inguinale dove appunto si inseriscono adduttori e retto dell’addome.
In certi casi, il dolore compare anche in seguito a continui allenamenti su terreni non adatti (terreni troppo morbidi o troppo duri), o in seguito a calzature che modificano la dinamica della corsa, andando a sovraccaricare la zona.
Chi è maggiormente a rischio?
Da statistiche, sembra che il sesso maschile sia maggiormente colpito (va considerato comunque che gli uomini tendono a praticare maggiormente sport che sono già di per se a rischio come il calcio, o il tennis).
Eiste una particolare variante della pubalgia che colpisce le donne in gravidanza, in quanto man mano che aumenta la dimensione del feto, si ha una retroversione del bacino con conseguente iperlordosi, che determina una di quelle condizioni che favoriscono l’insorgenza della patologia, oltre ad uno stiramento della muscolatura dell’addome. Inoltre man mano che la gravidanza procede, il corpo secerne un ormone chiamato Relaxina che tende a rendere le articolazioni più morbide ed elastiche, tra cui la sinfisi pubica che sarà molto importante durante il parto.
Come si riconosce e si diagnostica una pubalgia?
Come spesso succede in medicina, la diagnosi è quasi sempre di tipo clinico, il medico durante la visita testa la zona dolorosa, ed esegue dei test, per mettere in evidenza se il dolore proviene mediante la stimolazione contro resistenza dell’adduttore o del retto dell’addome. La palpazione è molto importante e spesso aiuta a fare diagnosi differenziale con l’ernia inguinale. Va considerata anche la possibilità di dolori al testicolo che possono facilmente irradiarsi in zona inguinale. Va infine considerata l’ipotesi di una appendicite che irradia dolore in zona inguinale.
Si possono effettuare degli esami diagnotici per avvalorare la diagnosi. Il medico può prescrivere una ecografia, ed una risonanza magnetica, che generalmente mettono in evidenza uno stato infiammatorio più o meno severo. Possono anche evidenziare la presenza di calcificazioni in sede inserzionale o lesioni muscolari. In base al grado di Pubalgia diagnosticata, si può azzardare una tempistica per il recupero. Purtroppo più il grado è elevato, più sarà difficile guarire e maggiore il tempo richiesto per risolvere del tutto il problema.
Quale è la cura adatta per pubalgia ?
Bhe innanzi tutto va considerato, come già detta la stadiazione.
Certamente, il riposo è la prima accortezza da seguire. Quando si parla di riposo, intendiamo dire la TOTALE ASTENSIONE DA OGNI ATTIVITÀ SPORTIVA . Non esiste un riposo parziale, o minimo.. va sospesa ogni attività fino alla scomparsa del dolore!!!
Se vi trovate nel grado zero, probabilmente basterà un riposo di circa una settimana, associato a impacchi di ghiaccio sulla zona dolente per circa 10-15 minuti, per 3 volte al giorno. Può essere utile massaggiare al zona con una crema antinfiammatoria, e fare esercizi di stretching almeno una volta al giorno. Già seguendo queste accortezze, il dolore dovrebbe scomparire, ma se non fosse così può essere associato un antinfiammatorio per via orale, previo consulto col medico curante.
Se vi trovate invece nel grado 1, allora la situazione è più complessa, e va considerato il problema in maniera più completa. Infatti, va consultato immediatamente un medico Ortopedico, per la corretta diagnosi, e sopratutto, per affrontare al meglio l’iter curativo. Infatti, i soggetti che si trovano in questo stadio tendono a commettere un errore classico: sottovalutano la problematica e “Stringono i denti”, convinti che il dolore per magia scomparirà da solo. Purtroppo per voi, non è così e anzi avete creato i presupposti per allungare i tempi di recupero. Se non verranno prese in considerazione le giuste precauzioni, si passerà facilmente al grado 2 o addirittura al grado 3, con tutti i problemi che ne conseguono. Valgono ugualmente i consigli per il grado 0, ma devono essere associti trattamenti fisioterapici-Riabilitativi per guarire e risolvere la pubalgia con una cura efficace.
Sia il grado 2 che il grado 3, sono la normale evoluzione di una pubalgia iniziata in maniera semplice, ma degenerata fino a divenire un problema cronico.
Il medico e sopratutto il fisioterapista sono obbligati ad analizzare la problematica da varie angolazioni, e scoprire la causa che ha generato il problema, in quanto SOLO ALLONTANADO E CORREGGENDO LA CAUSA SARÀ POSSIBILE UNA CURA COMPLETA MA SOPRATTUTTO DURATURA.
I trattamenti come pubalgia Cura più accreditati sono:
Onde d’Urto: il trattamento elettivo, di maggiore efficacia e con maggiore possibilità di successo. In campo internazionale esistono decine di protocolli, molto efficaci e sopratutto validati. Parliamo di un trattamento di pubalgia che necessita di una seduta ogni settimana. Le onde d’urto sono una sorta di benefico “micro-idromassaggio”, in grado di promuovere una serie di reazioni biochimiche e cellulari, responsabili, in ultima analisi, dell’effetto terapeutico. Ogni seduta dura pochi minuti, ed il beneficio è apprezzabile già dopo la prima seduta. In questo periodo abbiamo una promozione per le onde d’urto che assolutamente non devi farti sfuggire
Tecarterapia: La diatermia è una tra le terapie per promuovere una pubalgia cura, molto in voga e sopratutto molto efficace. Speso viene associata alle onde d’urto, e insieme possono favorire il processo di guarigione
Laserterapia: La luce laser, rappresenta una tra le maggiori cure possibili per la pubalgia. Da sola non basta però a risolvere il problema, ma anzi fornisce un risultato maggiore quando viene impiegata assieme alle altre due terapie sopra descritte (onde d’urto e Tecarterapia). È importante chiarire che la laserterapia è efficace se parliamo di laser ad alta potenza superpulsati (quello in nostra dotazione) o laser NdYAg, che hanno frequenze e potenze elevate in grado di innescare il processo riparativo.
La triade sopradescritta rappresenta la Terapia di elezione come pubalgia cura, ma va detto che il loro successo è dato se associato al riposo, e allo stretching della muscolatura coinvolta. Se durante l’analisi, si dovesse riscontrare un deficit muscolare a carico di uno distretto muscolare, sarà cura del fisioterapista cercare di riequilibrarlo, non appena la sintomatologia dolorosa sarà scomparsa.
Spesso un trattamento riabilitativo completo per risolvere una pubalgia, è sicuramente quello Posturale. Il Corpo umano è un unico elemento, e solo quando ogni area del corpo lavora in armonia, abbiamo il benessere. Nel caso specifico, la rotazione del bacino o un bacino squilibrato determinano una condizione di squilibrio per tutta la zona e ne fanno le spese le aree che sono sottoposte anatomicamente a molto stress.
Mi preme ricordare infine che il decorso di una pubalgia cronica è davvero molto lento e spesso snervante.
Va ricordato che nei casi più complessi è possibile ricorrere alla terapia infiltrativa locale, e raramente anche all’intervento chirurgico.




Due sono le modalità di trasferimento del segnale elettromagnetico e quindi saranno fondamentalmente due le risposte che il corpo fornirà alla sollecitazione di Synergy HCR.Elettrodi ad alta impedenza Trattamento del tessuto molle (muscolare, adiposo, vascolare, linfatico). Gli elettrodi ad alta impedenza (definiti anche capacitivi) creano una risposta endogena riattivando la circolazione sanguigna nei tessuti molli. In pratica avremo una rivitalizzazione della muscolatura ipotrofica da impotenza funzionale fino al reclutamento delle fibre contrattili indotte da una intensa vascolarizzazione.


Il tendine di Achille può davvero essere il punto debole di tanti sportivi, specialmente quando la sua funzionalità viene inficiata da una fastidiosa infiammazione dovuta a un disturbo che prende il nome di Malattia di Haglund. Quest’ultima colpisce il tendine solo secondariamente in quanto il suo obiettivo principale riguarda la struttura ossea del calcagno.
La maggiorparte dei pazienti che soffrono di malattia di Haglund sono corridori o donne di età compresa tra i 15 e i 35 anni. Non è chiara la motivazione di tale formazione ossea, ma si è osservato che la familiarità e l’utilizzo di alcuni tipi di scarpe possono favorire il disturbo. Piedi cavi, piatti, patologie del tendine achilleo e tutte le piccole disfunzioni che influiscono sul modo di appoggiare i piedi durante la deambulazione possono causare l’insorgenza del Morbo di Haglund e l’utilizzo di scarpe col contrafforte troppo rigido può certamente aggravare la situazione.
Il primo approccio medico alla malattia di Haglund consiste nell’assunzione di FANS antinfiammatori e antidolorifici e in una terapia di tipo conservativo, tesa cioè a recuperare la motilità della caviglia con lo stretching o con le terapie strumentali tra cui gli ultrasuoni, il laser, le onde d’urto.
Anche la convalescenza prevede dei trattamenti che si avvalgono di massaggi, elettrostimolazioni, crioterapia o tecarterapia che accelerino la guarigione.


Il morbo di Osgood-Schlatter (malattia di Osgood-Schlatter, sindrome di Osgood-Schlatter), altresì noto come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore fu descritto per la prima volta nel 1903 a opera di un ortopedico statunitense, Robert Bayley Osgood, e di un chirurgo elvetico, Carl Schlatter. La patologia interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei maschi si manifesta generalmente nel periodo compreso tra gli 11 e i 15 anni di età, mentre nelle femmine in quello compreso fra gli 8 e i 13 anni; ciò è dovuto al fatto che nel sesso femminile il processo di ossificazione dell’apofisi tibiale inizia più precocemente. Nel 25% dei casi, la patologia colpisce bilateralmente. Solitamente, i soggetti colpiti dal morbo di Osgood-Schlatter sono bambini che praticano sport in modo attivo, si riscontra specialmente in quelli che usano largamente il muscolo quadricipite (come accade, per esempio, nell’atletica, nel basket, nel calcio, nella danza, nel pattinaggio ecc.); la patologia è dovuta infatti alla ripetuta azione traumatica causata dalla trazione del tendine rotuleo sulla sua inserzione a livello dell’apofisi tibiale nella fase di contrazione del muscolo estensore della gamba; il morbo di Osgood-Schlatter ricorre spesso per esempio nei soggetti maschi di giovane età, specialmente se di alta statura, che praticano la danza classica; questo a motivo della forza esplosiva richiesta per eseguire i salti; anche i plié (i movimenti che prevedono il piegamento di uno o di entrambi i ginocchi) possono, a lungo andare, creare problematiche a livello dell’apofisi tibiale. La sintomatologia del morbo di Osgood-Schlatter è caratterizzata dal dolore, generalmente localizzato a livello del terzo inferiore del tendine; talvolta però si riscontra un’irradiazione verso la rotula o la tibia;
L’intensità del dolore è maggiore al termine dei movimenti di flessione o di estensione del ginocchio; in alcuni casi è possibile riscontrare la formazione di una tumefazione locale. Una complicanza abbastanza frequente della sindrome di Osgood-Schlatter è la formazione di una salienza ossea che in genere è abbastanza piccola e non procura dolore a meno che non sia sottoposta a una discreta pressione diretta; in alcuni casi è possibile la formazione di calcificazioni intra-tendinee che potrebbero essere, in età adulta, causa di processi infiammatori. Un’altra complicanza, invero molto rara, che potrebbe verificarsi è il distacco della tuberosità tibiale.
Superata la fase acuta, quando il quadro clinico lo permette, è possibile iniziare la fase rieducativa, primo step di una lenta, ma graduale ripresa dell’attività sportiva;
PREVENZIONE degli INFORTUNI e i MECCANISMI D’AZIONE
Le cause che incidono sulla ridotta mobilità articolare sono molteplici: una ridotta attività fisica, uno stress meccanico continuo, una rigidità post trauma, l’invecchiamento, una disfunzione neurologica, un blocco articolare (gesso – busti), ecc..
Ma allora la domanda seguente è: sarebbe forse proficuo praticarlo dopo una gara o un allenamento? La risposta è no, perché dopo una gara il corpo subisce un stress sia meccanico che metabolico con grande dispendio energetico e riceverebbe un ulteriore sovraccarico delle strutture mio-fasciali.
Ma allora quando farlo?

L’artrosi della mano è una patologia cronica e degenerativa che colpisce le articolazioni, può interessare le giunture tra metacarpo e falangi, tra le falangi oppure tra osso trapezio e 1° metacarpo, in quest’ultimo caso si definisce rizoartrosi.
Quali sono le cause dell’artrosi alle mani e alle dita?
Come si arriva alla diagnosi dell’artrosi della mano?
Rimedi o cure naturali per l’artrosi alle mani
Che tipo di risultati dà il trattamento?
La spina calcaneare è uno sperone osseo anomalo (osteofita), simile a una spina di rosa o a un artiglio, che si sviluppa nella parte posteriore o inferiore del calcagno che è un osso del piede.
VEDIAMO ORA PIÙ SPECIFICAMENTE
Spina calcaneare posteriore: l’osteofita risiede nella parte posteriore del calcagno, a livello dell’inserzione del tendine d’Achille. Di norma, è visibile anche a occhio nudo.
anchilosante e l’iperostosi scheletrica idiopatica diffusa.
5- Soffrire di piede piatto o piede cavo.
dolorosa.

L’eccessivo carico innesca un meccanismo di difesa che porta il muscolo a contrarsi. Le cause predisponenti possono essere di natura meccanica e/o metabolica ma non sono state ancora definite con chiarezza. Ciò che si sa è che sono in qualche modo correlate ai seguenti fattori:
Sintomi
La periostite è l’infiammazione acuta del periostio, ovvero la membrana di tessuto connettivo che ricopre l’osso, solitamente la tibia.
Altri fattori che favoriscono la comparsa della patologia sono:
Il dolore può iniziare dopo un trauma oppure con il sovraccarico, simile ad una tendinite, i sintomi dipendono dalla causa.
Si può eseguire una Risonanza magnetica che mostra un eventuale edema dell’osso.
La terapia manuale permette di liberare i blocchi delle articolazioni nei piedi e nella caviglia e di eliminare le contratture dei muscoli. In questo modo il piede e la caviglia hanno un movimento più naturale e il sovraccarico sull’osso si riduce.