Hai un dolore all’inguine? Potrebbe trattarsi di “Pubalgia”

Studio Sport Health Pubalgia

La PUBLAGIA è una sindrome molto diffusa, che in gergo medico è definita come sindrome retto-adduttoria. Colpisce Calciatori, tennisti, persone che praticano equitazione, o ciclisti, o chiunque pratica uno sport in cui vengono sollecitate le gambe. Naturalmente può colpire anche chi non pratica sport in modo professionistico, e spesso in questi casi, la causa va ricercata in altri fattori come squilibri posturali.

Quali sono le cause che determinano una pubalgia?

Le cause, sono davvero tante, e ne sono state identificate in letteratura, circa 70, ma in generale parliamo di una patologia da sovraccarico. Infatti per comprendere bene questa patologia, è importante analizzare il distretto anatomico ed il suo funzionamento.

L’osso pubico ha la sede in cui si inserisce il muscolo Adduttore, (che permette l’avvicinamento della gamba verso l’interno), e il retto dell’addome. Questi muscoli sono davvero molto forti, ed i continui traumi ripetuti dal gesto atletico, determinano delle microlesioni e l’insorgenza di processi infiammatori. Tale quadro rientra sicuramente nelle Mioentesite

Esistono vari gradi di pubalgia?

Sicuramente si, e proprio in base al grado di infiammazione, è importante scegliere la via migliore per risolvere questo problema.

Studio Sport Health PubalgiaGrado 0: è un dolore leggero, spesso silente, che viene messo in evidenza alla palpazione, ma che non inficia minimamente la deambulazione

Grado 1: è una pubalgia, che il paziente avverte, solo quando prova a praticare lo sport, ma che passa dopo aver terminato. È il grado più sottovalutato, in quanto la maggior parte delle persone tendono a sottovalutare la sintomatologia, o ancor peggio tendono a “stringere i denti” sperando che passi da solo.

Grado 2: Il dolore persiste anche dopo la pratica sportiva, e il paziente lo avverte anche camminando normalmente. Parliamo qui di un grado importante di infiammazione che va curato immediatamente per evitare che peggiori e passi al grado successivo

Grado 3:(Tendinosi Cronica): in questo grado il paziente ha un dolore che gli impedisce anche solo di camminare. Il dolore è molto forte, e sopratutto, tende a non risolversi neanche con gli antinfiammatori. I tempi di recupero sono molto lunghi e non sempre le cure rispondono in maniera soddisfacente, limitando molto l’attività sportiva anche per mesi.

Esistono dei Fattori di rischio o quali sono le cause di una pubalgia?

I fattori sono molti, ma il più frequente è sicuramente lo sbilanciamento funzionale tra I muscoli addominali e il muscolo adduttore, con il secondo che risulta essere quasi sempre molto più forte e tonico. Talvolta la comparsa di una pubalgia è secondaria ad una contrattura o stiramento dei flessori dell’anca, i quali inducono un cambiamento nella postura. Può contribuire anche una eccessiva lordosi lombare, che determina una retroversione del bacino con conseguente stiramento e sovraccarico nella zona inguinale dove appunto si inseriscono adduttori e retto dell’addome.

In certi casi, il dolore compare anche in seguito a continui allenamenti su terreni non adatti (terreni troppo morbidi o troppo duri), o in seguito a calzature che modificano la dinamica della corsa, andando a sovraccaricare la zona.

Chi è maggiormente a rischio?

Da statistiche, sembra che il sesso maschile sia maggiormente colpito (va considerato comunque che gli uomini tendono a praticare maggiormente sport che sono già di per se a rischio come il calcio, o il tennis).

Eiste una particolare variante della pubalgia che colpisce le donne in gravidanza, in quanto man mano che aumenta la dimensione del feto, si ha una retroversione del bacino con conseguente iperlordosi, che determina una di quelle condizioni che favoriscono l’insorgenza della patologia, oltre ad uno stiramento della muscolatura dell’addome. Inoltre man mano che la gravidanza procede, il corpo secerne un ormone chiamato Relaxina che tende a rendere le articolazioni più morbide ed elastiche, tra cui la sinfisi pubica che sarà molto importante durante il parto.

Studio Sport Health PubalgiaCome si riconosce e si diagnostica una pubalgia?

Come spesso succede in medicina, la diagnosi è quasi sempre di tipo clinico, il medico durante la visita testa la zona dolorosa, ed esegue dei test, per mettere in evidenza se il dolore proviene mediante la stimolazione contro resistenza dell’adduttore o del retto dell’addome. La palpazione è molto importante e spesso aiuta a fare diagnosi differenziale con l’ernia inguinale. Va considerata anche la possibilità di dolori al testicolo che possono facilmente irradiarsi in zona inguinale. Va infine considerata l’ipotesi di una appendicite che irradia dolore in zona inguinale.

Si possono effettuare degli esami diagnotici per avvalorare la diagnosi. Il medico può prescrivere una ecografia, ed una risonanza magnetica, che generalmente mettono in evidenza uno stato infiammatorio più o meno severo. Possono anche evidenziare la presenza di calcificazioni in sede inserzionale o lesioni muscolari. In base al grado di Pubalgia diagnosticata, si può azzardare una tempistica per il recupero. Purtroppo più il grado è elevato, più sarà difficile guarire e maggiore il tempo richiesto per risolvere del tutto il problema.

Humna-tecar-synergy-hcr-1001Quale è la cura adatta per pubalgia ?

Bhe innanzi tutto va considerato, come già detta la stadiazione.

Certamente, il riposo è la prima accortezza da seguire. Quando si parla di riposo, intendiamo dire la TOTALE ASTENSIONE DA OGNI ATTIVITÀ SPORTIVA . Non esiste un riposo parziale, o minimo.. va sospesa ogni attività fino alla scomparsa del dolore!!!

Se vi trovate nel grado zero, probabilmente basterà un riposo di circa una settimana, associato a impacchi di ghiaccio sulla zona dolente per circa 10-15 minuti, per 3 volte al giorno. Può essere utile massaggiare al zona con una crema antinfiammatoria, e fare esercizi di stretching almeno una volta al giorno. Già seguendo queste accortezze, il dolore dovrebbe scomparire, ma se non fosse così può essere associato un antinfiammatorio per via orale, previo consulto col medico curante.

Se vi trovate invece nel grado 1, allora la situazione è più complessa, e va considerato il problema in maniera più completa. Infatti, va consultato immediatamente un medico Ortopedico, per la corretta diagnosi, e sopratutto, per affrontare al meglio l’iter curativo. Infatti, i soggetti che si trovano in questo stadio tendono a commettere un errore classico: sottovalutano la problematica e “Stringono i denti”, convinti che il dolore per magia scomparirà da solo. Purtroppo per voi, non è così e anzi avete creato i presupposti per allungare i tempi di recupero. Se non verranno prese in considerazione le giuste precauzioni, si passerà facilmente al grado 2 o addirittura al grado 3, con tutti i problemi che ne conseguono. Valgono ugualmente i consigli per il grado 0, ma devono essere associti trattamenti fisioterapici-Riabilitativi per guarire e risolvere la pubalgia con una cura efficace.

Studio Sport Health PubalgiaSia il grado 2 che il grado 3, sono la normale evoluzione di una pubalgia iniziata in maniera semplice, ma degenerata fino a divenire un problema cronico.

Il medico e sopratutto il fisioterapista sono obbligati ad analizzare la problematica da varie angolazioni, e scoprire la causa che ha generato il problema, in quanto SOLO ALLONTANADO E CORREGGENDO LA CAUSA SARÀ POSSIBILE UNA CURA COMPLETA MA SOPRATTUTTO DURATURA.

I trattamenti come pubalgia Cura più accreditati sono:

Onde d’Urto: il trattamento elettivo, di maggiore efficacia e con maggiore possibilità di successo. In campo internazionale esistono decine di protocolli, molto efficaci e sopratutto validati. Parliamo di un trattamento di pubalgia che necessita di una seduta ogni settimana. Le onde d’urto sono una sorta di benefico “micro-idromassaggio”, in grado di promuovere una serie di reazioni biochimiche e cellulari, responsabili, in ultima analisi, dell’effetto terapeutico. Ogni seduta dura pochi minuti, ed il beneficio è apprezzabile già dopo la prima seduta. In questo periodo abbiamo una promozione per le onde d’urto che assolutamente non devi farti sfuggire

Studio Sport Health PubalgiaTecarterapia: La diatermia è una tra le terapie per promuovere una pubalgia cura, molto in voga e sopratutto molto efficace. Speso viene associata alle onde d’urto, e insieme possono favorire il processo di guarigione

Laserterapia: La luce laser, rappresenta una tra le maggiori cure possibili per la pubalgia. Da sola non basta però a risolvere il problema, ma anzi fornisce un risultato maggiore quando viene impiegata assieme alle altre due terapie sopra descritte (onde d’urto e Tecarterapia). È importante chiarire che la laserterapia è efficace se parliamo di laser ad alta potenza superpulsati (quello in nostra dotazione) o laser NdYAg, che hanno frequenze e potenze elevate in grado di innescare il processo riparativo.

La triade sopradescritta rappresenta la Terapia di elezione come pubalgia cura, ma va detto che il loro successo è dato se associato al riposo, e allo stretching della muscolatura coinvolta. Se durante l’analisi, si dovesse riscontrare un deficit muscolare a carico di uno distretto muscolare, sarà cura del fisioterapista cercare di riequilibrarlo, non appena la sintomatologia dolorosa sarà scomparsa.

Studio Sport Health PubalgiaSpesso un trattamento riabilitativo completo per risolvere una pubalgia, è sicuramente quello Posturale. Il Corpo umano è un unico elemento, e solo quando ogni area del corpo lavora in armonia, abbiamo il benessere. Nel caso specifico, la rotazione del bacino o un bacino squilibrato determinano una condizione di squilibrio per tutta la zona e ne fanno le spese le aree che sono sottoposte anatomicamente a molto stress.

Mi preme ricordare infine che il decorso di una pubalgia cronica è davvero molto lento e spesso snervante.

Va ricordato che nei casi più complessi è possibile ricorrere alla terapia infiltrativa locale, e raramente anche all’intervento chirurgico.

HCR 1001 di Human Tecar la nuova fisioterapia in una logica di prevenzione.

Humna-tecar-synergy-hcr-1001

Humna-tecar-synergy-hcr-1001

SYNERGY HCR 1001 di Human Tecar è uno stimolatore elettromagnetico delle microcircolazione ESTMC® che utilizza un segnale elettromagnetico (un segnale radio a media frequenza) che, applicato per contatto (e quindi senza propagazione nello spazio) sul tessuto biologico mediante due tipologie specifiche di elettrodi conduttori – ad alta e bassa impedenza – consente un’attivazione metabolica del tessuto stesso stimolando la circolazione sanguigna/linfatica in aree del corpo più o meno estese a seconda dell’obiettivo di interessare l’intero organismo o distretti locali, regionali o segmentali.SYNERGY HCR 1001 di Human Tecar è uno stimolatore elettromagnetico delle microcircolazione ESTMC® che utilizza un segnale elettromagnetico (un segnale radio a media frequenza) che, applicato per contatto (e quindi senza propagazione nello spazio) sul tessuto biologico mediante due tipologie specifiche di elettrodi conduttori – ad alta e bassa impedenza – consente un’attivazione metabolica del tessuto stesso stimolando la circolazione sanguigna/linfatica in aree del corpo più o meno estese a seconda dell’obiettivo di interessare l’intero organismo o distretti locali, regionali o segmentali.

Synergy HCR si basa sul principio fisico del condensatore e quindi quindi sulla capacità di mobilizzare cariche elettriche presenti nel tessuto biologico sotto forma di elettroliti a loro volta in grado di influenzare il metabolismo cellulare con conseguente richiesta di maggior ossigeno e nutrimento inducendo così un maggior apporto di sangue dove è necessario.La capacità di far reagire il tessuto biologico nel modo desiderato ed efficace non dipende solo da come lo strumento produce il segnale elettromagnetico ma anche dalla caratteristica degli elettrodi applicativi che ne rappresentano l’interfaccia con il corpo.

Due sono le modalità di trasferimento del segnale elettromagnetico e quindi saranno fondamentalmente due le risposte che il corpo fornirà alla sollecitazione di Synergy HCR.Elettrodi ad alta impedenza Trattamento del tessuto molle (muscolare, adiposo, vascolare, linfatico). Gli elettrodi ad alta impedenza (definiti anche capacitivi) creano una risposta endogena riattivando la circolazione sanguigna nei tessuti molli. In pratica avremo una rivitalizzazione della muscolatura ipotrofica da impotenza funzionale fino al reclutamento delle fibre contrattili indotte da una intensa vascolarizzazione.

E tutti i vantaggi prodotti da una leggera o intensa attività circolatoria migliorata. Gli elettrodi ad alta impedenza sono fabbricati con la tecnologia WAFER: una tecnica di rivestimento a più strati di uno o più materiali, biocompatibili, la cui caratteristica è quella di trasferire al tessuto biologico, nel modo più efficace possibile, il segnale di media frequenza.

La sensazione è di immediata diffusione interna e profonda della temperatura desiderata. La gamma prevede una produzione di vari modelli di diverso diametro.

 

MORBO DI HAGLUND: Quella strana e dolorosa sporgenza ossea dietro al tallone!

MORBO DI HAGLUND

MORBO DI HAGLUNDIl tendine di Achille può davvero essere il punto debole di tanti sportivi, specialmente quando la sua funzionalità viene inficiata da una fastidiosa infiammazione dovuta a un disturbo che prende il nome di Malattia di Haglund. Quest’ultima colpisce il tendine solo secondariamente in quanto il suo obiettivo principale riguarda la struttura ossea del calcagno.MORBO DI HAGLUND

Può capitare infatti che nell’arco di alcuni anni si crei una sporgenza nell’osso posteriore del tallone che a lungo andare crea dolore e difficoltà motorie non trascurabili.

Fortunatamente con una buona terapia e sotto la supervisione di un medico preparato, il problema è facilmente superabile e nella maggiorparte dei casi i risultati dell’eventuale attività sportiva non subiscono alcun impoverimento.

Chi tende a soffrire della malattia di Haglund e perché?

MORBO DI HAGLUNDLa maggiorparte dei pazienti che soffrono di malattia di Haglund sono corridori o donne di età compresa tra i 15 e i 35 anni. Non è chiara la motivazione di tale formazione ossea, ma si è osservato che la familiarità e l’utilizzo di alcuni tipi di scarpe possono favorire il disturbo. Piedi cavi, piatti, patologie del tendine achilleo e tutte le piccole disfunzioni che influiscono sul modo di appoggiare i piedi durante la deambulazione possono causare l’insorgenza del Morbo di Haglund e l’utilizzo di scarpe col contrafforte troppo rigido può certamente aggravare la situazione.

Inizialmente il fastidio può essere piuttosto limitato, quindi si è soliti aspettare che il dolore passi da solo magari con l’aiuto di pomate antinfiammatorie, ma dopo un certo periodo di tempo, quando diventa chiaro che la situazione tende sempre a peggiorare il paziente si rivolge al medico che dopo una visita che accerti i punti di dolore e con l’analisi di radiografie adeguate, può verificare la presenza della sporgenza ossea e quindi della malattia di Haglund.

Nella maggiorparte dei casi la malattia non si limita alla formazione dell’osso, ma causa anche un’infiammazione del tendine di Achille, per cui risulterà impossibile flettere il piede, delle borse sierose che circondano il tendine e della cute stessa, a causa dello sfregamento meccanico tra l’eccesso osseo e la scarpa.

Come si risolve il problema?

MORBO DI HAGLUNDIl primo approccio medico alla malattia di Haglund consiste nell’assunzione di FANS antinfiammatori e antidolorifici e in una terapia di tipo conservativo, tesa cioè a recuperare la motilità della caviglia con lo stretching o con le terapie strumentali tra cui gli ultrasuoni, il laser, le onde d’urto.

Quando questo non basta si rende però necessario l’intervento di osteotomia che consiste nell’asportazione chirurgica della sporgenza ossea.

L’intervento è piuttosto breve (35-40 minuti) e avviene con un’incisione di circa 5 cm sul calcagno da cui è possibile arrivare a tagliare l’osso con una piccola sega apposita o con uno scalpello. Quando il tendine viene leso dalla protuberanza il chirurgo provvede a fissarlo nuovamente all’osso con dei punti riassorbibili e infine l’incisione viene facilmente ricucita. Spesso si ingessa provvisoriamente la parte anteriore del piede per costringere il tendine di Achille in una posizione rilassata e facilitarne la cicatrizzazione.

MORBO DI HAGLUNDAnche la convalescenza prevede dei trattamenti che si avvalgono di massaggi, elettrostimolazioni, crioterapia o tecarterapia che accelerino la guarigione.MORBO DI HAGLUND

Il recupero, per quanto riguarda le normali attività quotidiane, non supera i 2-3 giorni, ma per mettersi al volante è comunque meglio aspettare almeno 1 settimana. Gli sportivi non devono poi cedere alla tentazione di tornare subito in campo; è invece opportuno che attendano almeno 3 settimane.

In alcuni casi, quando la malattia è a uno stadio ancora iniziale, per calmare il dolore che si manifesta durante il movimento, può essere necessario semplicemente adattarsi a indossare un tipo di scarpe diverse. A meno che l’attività sportiva non imponga dei modelli particolari è possibile scegliere calzature con un contrafforte più morbido o addirittura aperte sul tallone e quando la cute è infiammata, lesa o si è formata una dolorosa callosità dovuta allo sfregamento è possibile ricorrere a dei cuscinetti in silicone capaci di proteggere il tallone dall’urto con le scarpe; in questo modo è possibile rallentare la formazione ossea e ritardare l’eventualità dell’operazione chirurgica.

L’EPICONDILITE: Cos’è e come si cura

EPICONDILITE

EPICONDILITE

L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo, che rende dolorosi o quando è molto grave, anche impossibili alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta, oppure versare da bere.

L’epicondilo è un distretto anatomico che di trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la mano ponendo il palmo verso il basso. L’area sopra il gomito, appunto è quella interessata dall’epicondilite, ovvero l’infiammazione dei muscoli che si inseriscono sull’epicondilo.

Spesso erroneamente, viene chiamata anche Gomito del tennista, in quanto il tennis è uno di quegli sport che spesso genera infiammazioni all’epicondilo. Va ricordato che anche altri soggetti, possono esserne colpiti, come muratori e manovali, o chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso.

EPICONDILITE Quali sono le cause dell’epicondilite?

Generalmente vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata, la compresenza di patologie a carico del rachide cervicale (c5-c6-c7), e proprio la compresenza di Cervicalgia, deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento, per incompletezza di trattamento alla fonte del problema.

Come si Capisce che siamo affetti da una Epicondilite?

Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione. Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Alla palpazione quasi sempre si apprezzano un paio di cordoni mialgici nel muscolo corto supinatore e nei muscoli radiali.

Altro segno quasi certo è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, sopratutto del medio.

EPICONDILITE Come si cura una epicondilite?

Generalmente questa patologia, è molto ostica, e il trattamento orale mediante antinfiammatori come Fans, non basta ( Al primo dolore, si può assumere un antinfiammatorio, ma non è consigliato l’uso per oltre i 5 giorni, e sempre sotto controllo medico).
Se persiste la sintomatologia dolorosa, va presa in esame il trattamento di fisioterapia per l’epicondilite, il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.

Per prima cosa, va assolutamente allontanata la causa del dolore (racchetta da tennis, lavoro manuale intenso..ecc ecc) fino al completo superamento del dolore. Evitare Prove varie per testare il livello di infiammazione, in quanto avrebbero solamente come effetto il riacutizzarsi della sintomatologia.

Come secondo rimedio, è consigliata la crioterapia: Borsa del ghiaccio classica, con cubetti, da mettere sulla zona dolorosa per almeno 15 minuti, 3 volte al giorno (non tenete sulla zona per oltre il tempo consigliato, pena ustioni da freddo).

EPICONDILITE Si può provare a trattare la zona con impacchi serali di crema antinfiammatoria (Voltaren, dicloreum, ecc ecc o creme naturali come arnica). Si mette una quantità di crema senza massaggiarla, e ricoprendo la zona con pellicola trasparente per cibi, e si lascia tutta la notte. Il calore e la non traspirazione aumentano la porosità della pelle, che permette una penetrazione maggiore del farmaco. Non protrarre questa pratica per più di 1 settimana, e interrompere immediatamente in presenza di arrossamenti, o screpolature della pelle.

Durante la giornata, è possibile provare a migliorare il “Sovraccarico” dell’epicondilo, mediante l’uso di un piccolo tutore, che va posizionato subito al di sotto della zona dolente, proprio nell’area molle al tatto. Tale tutore può essere usato anche durante gli allenamenti nel tennis, o durante le sessioni in moto.

EPICONDILITE Trattamento Riabilitativo
Nel caso in cui i consigli sopra descritti non dovessero sortire un adeguato risultato, si può passare al trattamento ribilitativo che prevede una serie di passaggi molto delicati.

-Ispezione dell’area: il fisioterapista, valuta l’area coinvolta nell’infiammazione, andando ad analizzare quale e muscolo è maggiormente doloroso. Si valuta anche il movimento che da maggiore dolore, ed eventualmente se vi è una corrispondenza a livello cervicale, per poterla trattare direttamente.

-Massaggio: si massaggiano i ventri muscolari colpiti, facendo una mobilizzazione del polso, del gomito ed una prono-supinazione

–Onde d’urto: trattamento elettivo, permette di colpire selettivamente il muscolo infiammato, e le strutture tendinee dolenti. È un trattamento molto efficace, che con poche sedute permette di risolvere definitivamente il problema.

-Laser ad alta potenza: Solo laser Yag o Superpulsati hanno dei risultati soddisfacenti, e la loro efficacia è percepibile già dalla prima seduta

-Tecarterapia:Riduce l’infiammazione, decontrattura la muscolatura

–Stretching: Molto importante in quanto un giusto allungamento permette un movimento corretto di tutte le strutture

–Trigger point: si trattano i trigger manualmente, o mediante l’uso di strumenti come la miofibrolisi

–Kinesio taping: aiuta molto la zona a ridurre l’edema, e la congestione

Esercizi di rinforzo e stretching vanno eseguiti appena il livello di infiammazione è ridotto, e vanno sopratutto insegnati al paziente, per ripeterli a casa più volte al giorno.

È prevista in letteratura il trattamento con mesoterapia e infiltrazioni con cortisone e acido ialuronico

Trattamento chirurgico epicondilite:
La chirurgia è riservata a quelle situazioni in cui il trattamento non invasivo, non ha sortito i giusti risultati. Va comunque ricordato, che il trattamento di una epicondilite, può durare anche diverse sedute (anche 20-30 sedute possono essere necessarie a contrastare i casi cronici o molto resistenti).

Le tecniche chirurgiche più utilizzate sono:

denervazione dell’epicondilo (Kaplan, Wihelm)
escissione del tessuto patologico del tendine
disinserzione del tendine a raschiamento dell’epicondilo (hohmann) associato eventualmente a una sezione del legamento anulare
allungamento del secondo radiale
ablazione dello pseudomenisco o delle frange sinoviali
liberazione della branca posteriore del nervo radiale
disinserzione dei muscoli epicondilei.

IL MORBO DI OSGOOD-SCHLATTER

MORBO DI OSGOOD-SCHLATTER

MORBO DI OSGOOD-SCHLATTERIl morbo di Osgood-Schlatter (malattia di Osgood-Schlatter, sindrome di Osgood-Schlatter), altresì noto come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore fu descritto per la prima volta nel 1903 a opera di un ortopedico statunitense, Robert Bayley Osgood, e di un chirurgo elvetico, Carl Schlatter. La patologia interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei maschi si manifesta generalmente nel periodo compreso tra gli 11 e i 15 anni di età, mentre nelle femmine in quello compreso fra gli 8 e i 13 anni; ciò è dovuto al fatto che nel sesso femminile il processo di ossificazione dell’apofisi tibiale inizia più precocemente. Nel 25% dei casi, la patologia colpisce bilateralmente. Solitamente, i soggetti colpiti dal morbo di Osgood-Schlatter sono bambini che praticano sport in modo attivo, si riscontra specialmente in quelli che usano largamente il muscolo quadricipite (come accade, per esempio, nell’atletica, nel basket, nel calcio, nella danza, nel pattinaggio ecc.); la patologia è dovuta infatti alla ripetuta azione traumatica causata dalla trazione del tendine rotuleo sulla sua inserzione a livello dell’apofisi tibiale nella fase di contrazione del muscolo estensore della gamba; il morbo di Osgood-Schlatter ricorre spesso per esempio nei soggetti maschi di giovane età, specialmente se di alta statura, che praticano la danza classica; questo a motivo della forza esplosiva richiesta per eseguire i salti; anche i plié (i movimenti che prevedono il piegamento di uno o di entrambi i ginocchi) possono, a lungo andare, creare problematiche a livello dell’apofisi tibiale. La sintomatologia del morbo di Osgood-Schlatter è caratterizzata dal dolore, generalmente localizzato a livello del terzo inferiore del tendine; talvolta però si riscontra un’irradiazione verso la rotula o la tibia;

MORBO DI OSGOOD-SCHLATTERL’intensità del dolore è maggiore al termine dei movimenti di flessione o di estensione del ginocchio; in alcuni casi è possibile riscontrare la formazione di una tumefazione locale. Una complicanza abbastanza frequente della sindrome di Osgood-Schlatter è la formazione di una salienza ossea che in genere è abbastanza piccola e non procura dolore a meno che non sia sottoposta a una discreta pressione diretta; in alcuni casi è possibile la formazione di calcificazioni intra-tendinee che potrebbero essere, in età adulta, causa di processi infiammatori. Un’altra complicanza, invero molto rara, che potrebbe verificarsi è il distacco della tuberosità tibiale.

L’indagine diagnostica per eccellenza, nel caso si sospetti la sindrome di Osgood-Schlatter, è l’esame radiografico che, generalmente, viene effettuato anche sull’arto controlaterale per permettere una migliore valutazione delle condizioni della tuberosità della tibia; il reperto radiografico mostra spesso una tuberosità tibiale dall’aspetto irregolare e in qualche caso frammentato. L’indagine radiografica, oltre a precisare lo stadio di evoluzione della malattia, consente di verificare la presenza o meno di altre forme di osteocondrosi a carico del ginocchio.

L’approccio terapeutico è abbastanza semplice e si avvale in prima istanza della sospensione dell’attività sportiva traumatica che, a seconda del grado di gravità della malattia, potrebbe durare diverse settimane o addirittura alcuni mesi. Nella fase acuta è possibile ricorrere alla CRIOTERPAIA e a farmaci di tipo analgesico sia locali che sistemici. Alcuni autori propongono anche l’immobilizzazione del ginocchio tramite una ginocchiera gessata (Ehrenborg, il primo autore a sostenere l’utilità dell’immobilizzazione, aveva osservato una riduzione dei tempi necessari alla guarigione pari a circa il 50%), ma tale pratica non trova tutti concordi. Noi consigliamo sedute di ULTRASUONI o MAGNETOTERAPIA e LASERTERAPIA. Il ricorso alla chirurgia è da considerarsi un’evenienza molto rara, da riservarsi a casi particolarmente gravi.

MORBO DI OSGOOD-SCHLATTERSuperata la fase acuta, quando il quadro clinico lo permette, è possibile iniziare la fase rieducativa, primo step di una lenta, ma graduale ripresa dell’attività sportiva;

Il programma rieducativo avrà lo scopo di rinforzare la muscolatura, soprattutto il quadricipite e i muscoli ischio-crurali. In questa fase di ripresa è possibile praticare sport atraumatici come il nuoto, eccezion fatta per lo stile a rana, e il ciclismo, ovviamente su percorsi facili e pianeggianti.
Il decorso della malattia è generalmente benigno e ha una durata media di circa due anni.

STRETCHING

STRETCHING

STRETCHINGPREVENZIONE degli INFORTUNI e i MECCANISMI D’AZIONE

L’obiettivo dello stretching (S.) è sicuramente quello di aumentare la mobilità articolare, riducendo la rigidità capsulo-legamentosa e migliorando la lunghezza/flessibilità dei muscoli.

Partendo dal presupposto che un ridotta mobilità diminuisce la funzionalità del corpo nel gestire i movimenti, si intuisce l’importanza che ha l’allungamento muscolare non solo nella preparazione fisica, ma anche nella prevenzioni infortuni e in ambito terapeutico.

Spieghiamo nel dettaglio cosa succede ad un muscolo accorciato e rigido. Al suo interno nella maggior parte dei casi aumenta il tono basale (stato di normale contrazione muscolare) e conseguentemente la pressione intramuscolare, rallentando la circolazione dei fluidi.
Questo processo di rallentamento metabolico porterà nel tempo ad una trasformazione del tessuto connettivo elastico in fibroso determinando alterazioni biomeccaniche al sistema locomotore.

STRETCHINGLe cause che incidono sulla ridotta mobilità articolare sono molteplici: una ridotta attività fisica, uno stress meccanico continuo, una rigidità post trauma, l’invecchiamento, una disfunzione neurologica, un blocco articolare (gesso – busti), ecc..

Esistono diverse modalità di allungamento muscolare, da quelle che agiscono sul singolo muscolo (analitiche sul distretto) a quelle che agiscono su un’intera catena muscolare (globali). Mentre le prime sono sicuramente più utili e pratiche in ambito riabilitativo (post trauma), la seconde sono più adatte per chi ha problemi di origine posturale.

Ma attenzione, come in tutte le metodiche di lavoro anche lo Stratching nasconde insidie importanti. Ammesso che il fine ultimo dello S. è abbassare il tono muscolare e allungare le fasce con i rispettivi muscoli, si deduce l’importanza che ha il “quando” lo si pratica.

Per essere chiari, sicuramente è controproducente fare S. prima di una competizione perché l’atleta ha bisogno di aumentare e non di abbassare il suo tono muscolare per essere pronto alle continue contrazioni e decontrazioni muscolari e eventuali cambi di direzione. Eppure ancor oggi si vedono sportivi di fama internazionale praticarlo prima di una gara!!!!

STRETCHINGMa allora la domanda seguente è: sarebbe forse proficuo praticarlo dopo una gara o un allenamento? La risposta è no, perché dopo una gara il corpo subisce un stress sia meccanico che metabolico con grande dispendio energetico e riceverebbe un ulteriore sovraccarico delle strutture mio-fasciali.

Dopo una competizione o un allenamento intenso le fibre muscolari subiscono dei microtraumi, riscontrabili anche nei giorni seguenti lo sforzo (D.O.M.S. – Indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata) da non confondere con l’acido lattico che rimane nel muscolo non più di un’ora. Ora, considerando che durante lo S. il muscolo non solo va in ipossia (carenza di ossigeno), ma esercita una tensione importante sulle fasce e sui muscoli, è facilmente intuibile come strutture già danneggiate dal lavoro dovrebbero solo riposare per recuperare.

STRETCHING Ma allora quando farlo?
Per i motivi sopra descritti bisognerebbe sicuramente evitarlo nella fase di riscaldamento pre-gara o pre-allenamento, ma praticarlo preferibilmente con una seduta dedicata una volta a settimana. Quando per esigenze di tempo non è possibile inserirlo nella pianificazione settimanale è meglio comunque farlo dopo l’allenamento, sempre rispettando le sensazioni corporee del momento.

CONSIGLI UTILI

Per preparare al meglio il corpo, nella fase pre-gara è utile riscaldarsi con esercizi generali di mobilità articolare, che coinvolgano possibilmente tutte le articolazioni, perché l’alternanza di contrazione e rilasciamento muscolare, aumenta la temperatura corporea e permette una migliore vascolarizzazione dei tessuti con una maggiore produzione del liquido sinoviale articolare.
A fine allenamento o dopo una gara, è consigliabile, invece, fare un lavoro di tipo aerobico a bassa intensità per facilitare un recupero veloce e completo.
Conoscere lo Stretching, sapere come e quando praticarlo è un’importante arma per mantenere in salute il nostro corpo e ottenere risultati performanti.
STRETCHING
Il MEZIERES è il metodo più conosciuto ed efficace sia in ambito riabilitativo che sportivo. Agendo globalmente sul corpo, riduce i tempi per la risoluzione dei problemi fisici, anche nei disordini posturali più gravi.

ARTROSI DELLE MANI: cos’è e come si cura

Artrosi delle mani

Artrosi delle maniL’artrosi della mano è una patologia cronica e degenerativa che colpisce le articolazioni, può interessare le giunture tra metacarpo e falangi, tra le falangi oppure tra osso trapezio e 1° metacarpo, in quest’ultimo caso si definisce rizoartrosi.
L’articolazione è formata da tutte le strutture comprese tra le estremità di due ossa che scorrono una sull’altra.

C’è una sostanza liscia e soffice chiamata cartilagine che si trova tra le due ossa e serve per ridurre l’attrito e rendere il movimento più fluido e indolore.
All’interno della giuntura c’è la membrana sinoviale, una pellicola che contiene un liquido lubrificante che riduce l’attrito durante il movimento.
Quando il tessuto cartilagineo si usura e si assottiglia, l’articolazione cambia a livello strutturale, l’osso si deforma e la membrana sinoviale si infiamma.
L’articolazione tra il metacarpo e la falange degenera soprattutto nei maschi che hanno svolto per tanti anni lavori manuali pesanti (muratori, falegnami, ecc.).
A questo livello l’artrosi è meno sintomatica e non è deformante.
L’artrosi delle articolazioni interfalangee è anti-estetica e dolorosa, le dita diventano deviate con dei noduli fibrosi, in questo caso sono più colpite le donne.
La rizoartrosi è l’artrosi tra l’osso trapezio e il primo metacarpo, si presenta soprattutto nelle femmine over 50 anni ed è generalmente bilaterale, ma una mano fa più male dell’altra.
Se la degenerazione avviene a questo livello può diventare molto dolorosa anche di notte e provoca limitazione funzionale anche grave.

Artrosi delle maniQuali sono le cause dell’artrosi alle mani e alle dita?

L’artrosi è una patologia primitiva, ovvero non ci sono cause specifiche, ma tanti fattori che possono contribuire a creare la degenerazione articolare.
L’artrosi nasce in maniera subdola e si evolve molto lentamente, il paziente si accorge di avere questo problema in fase avanzata quando i segni e i sintomi sono già relativamente gravi.
L’artrosi si manifesta soprattutto negli anziani, la potremmo definire come l’invecchiamento dell’articolazione, colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa.
I fattori che influiscono sulla degenerazione articolare sono:

1- Il tipo di lavoro: i muratori che utilizzano il martello pneumatico sollecitano le articolazioni molto più degli altri;
Le signore che si dedicano prevalentemente ai lavori domestici sono tra le più colpite;
2- C’è un’importante componente ereditaria; i figli di genitori artrosici presenteranno facilmente lo stesso disturbo;
3- I traumi importanti e le fratture che sono trattate con l’immobilizzazione provocano una riduzione della circolazione sanguigna e quindi meno nutrizione per la cartilagine che degenera e si assottiglia.

Come si manifesta? I sintomi dell’artrosi alle mani

I sintomi dell’artrosi sono:
1- il dolore alla mano e alle dita,
2- la rigidità, i crepitii articolari
3- la mobilità ridotta, in certe fasi l’articolazione si può gonfiare.
Il problema più importante è il dolore, soprattutto nella prima mezz’ora dal risveglio o dopo essere stato fermo per almeno un ora.
La difficoltà si presenta soprattutto “a freddo”, quando l’articolazione inizia a muoversi il dolore è quasi assente, ma si avverte dopo alcuni sforzi o dopo lavori prolungati.
Nella fase più avanzata le fitte si presentano anche a riposo.

I sintomi peggiorano con l’umidità o con il cambiamento del tempo.
I segni visibili sono le mani e le dita gonfie a causa dell’infiammazione e i noduli che si chiamano di Heberden se si trovano sulle falangette (falangi distali), mentre a livello delle falangi prossimali si chiamano noduli di Bouchard.
Con l’avanzare dell’artrosi, le articolazioni tendono a irrigidirsi e il movimento diventa limitato.
La mano si deforma perché le falangi distali o falangette deviano lateralmente.
In caso di rizoartrosi, il dolore può diventare molto intenso, rendendo impossibili anche i movimenti più blandi del pollice.
L’artrosi tra osso trapezio e metacarpo (rizoartrosi) può provocare una protuberanza ossea verso l’esterno perché il primo metacarpo si sublussa e la mano assume una forma simile a un quadrato.

Artrosi delle maniCome si arriva alla diagnosi dell’artrosi della mano?

Il medico valuta le condizioni del paziente, cerca deformità o noduli di Heberden nella mano e prova a muovere le dita ascoltando eventuali scrosci articolari.
Se il paziente ha un età superiore ai 50 anni, il medico deve escludere l’artrosi nella mano, quindi può prescrivere una radiografia per avere la conferma oppure consiglia direttamente una terapia.
La radiografia è l’esame strumentale più adatto per sapere se l’articolazione è degenerata perché mostra bene le condizioni dell’osso, la rima articolare, eventuali deformità e osteofiti.
Molti anziani con artrosi interfalangea ed evidente deviazione laterale della falange più distale, non avvertono sintomi o dolore, ma solo un inestetismo.
La diagnosi differenziale si fa con l’artrite reumatoide dato che entrambe provocano dolore e noduli, anche le tendiniti e le tenosinoviti possono dare gli stessi sintomi, per esempio la sindrome di De quervain può causare gli stessi sintomi della rizoartrosi.

Cosa fare? Quali sono le cure per l’artrosi della mano?

Il trattamento per l’artrosi della mano e delle dita serve per alleviare il dolore e ripristinare la funzionalità.
Brevi periodi di riposo possono aiutare se l’artrosi si è riacutizzata.
Potrebbe essere consigliato di applicare una polsiera durante la notte e per alcune attività quotidiane.

Il fisioterapista o il terapista occupazionale aiutano a identificare le attività che peggiorano i sintomi e suggeriscono metodi o posture alternative.
Questo rimedio si chiama risparmio articolare e serve per risolvere le infiammazioni o per prevenirle.
I terapisti possono insegnare ad utilizzare alcuni strumenti speciali per assistere le persone con artrosi alle mani mentre eseguono attività quotidiane.
Questi oggetti sono chiamati “ausili”.

Artrosi delle maniRimedi o cure naturali per l’artrosi alle mani

Un tutore morbido può essere utile quando le stecche rigide sono troppo strette e fastidiose, soprattutto se l’artrosi colpisce l’articolazione alla base del pollice (rizoartrosi).
L’applicazione di calore sotto forma di bagni di cera, argilla o paraffina serve per ridurre l’infiammazione e il gonfiore, in particolare sulle dita.
La terapia fisica ( tens, ionoforesi, ultrasuoni in acqua, LASERTERAPIA) può eliminare l’infiammazione, soprattutto la magnetoterapia, ma ci sono dei nuovi studi sulle ONDE D’URTO che devono essere confermati.
Alcuni pazienti hanno beneficio temporaneo dalla crioterapia, cioè il ghiaccio, ma è meglio applicare il caldo per favorire la circolazione del sangue.
Tra le cure termali utili per l’artrosi, si consigliano i fanghi che hanno un effetto antinfiammatorio naturale.
È importante mantenere in movimento le dita ed effettuare degli esercizi di ginnastica dolci.
L’agopuntura non è indicata per questo tipo di disturbo.

L’alimentazione è importante per ostacolare l’infiammazione, una dieta sana e priva di dolci, latticini e proteine animali è fondamentale per il corretto funzionamento del corpo.
Questa è l’unica prevenzione possibile per l’artrosi alle mani.

Terapia farmacologica

Il medico può prescrivere dei farmaci Anti-infiammatori (fans) oppure il cortisone.

Per risolvere l’infiammazione si possono eseguire le infiltrazioni di cortisone, in particolare per l’artrosi della trapezio-metacarpale (alla base del pollice).
Un’infiltrazione di cortisone può fornire sollievo dei sintomi, ma non cura l’artrosi.
La chirurgia è sconsigliata tranne se i trattamenti conservativi non permettono di svolgere le attività della vita quotidiana.

Artrosi delle maniChe tipo di risultati dà il trattamento?

Molte persone con lievi sintomi migliorano con l’assunzione di farmaci anti-infiammatori per un periodo limitato ed evitando le attività dolorose.
Un’infiltrazione di cortisone nella zona dolente aiuta la maggior parte delle persone, almeno temporaneamente. Di solito, il sollievo dura circa due mesi.
Le terapie naturali non hanno gli effetti collaterali del cortisone e possono risolvere il dolore nei casi non gravi.

Cosa succede se non si esegue alcun trattamento?
Dipende dall’intensità del fastidio, è una questione di qualità della vita, non di sopravvivenza.
L’artrosi della mano non si può diffondere ad altre parti del corpo.
Molte persone hanno dolore che scompare dopo pochi mesi, quando l’artrite e l’irritazione in quest’articolazione passa.

Il motivo principale per sottoporsi ad un intervento chirurgico è quello di alleviare il dolore, di evitare la progressiva debolezza e la deformità che possono verificarsi.
Alcune persone hanno un fastidio lieve, l’articolazione si infiamma ogni tanto e loro decidono se utilizzare i rimedi casalinghi o aspettare che passi.
Altri soggetti soffrono di un disturbo grave che impedisce di svolgere molte attività con la mano e hanno la sensazione di non avere altra scelta che un intervento chirurgico.

Intervento chirurgico per l’artrosi alle mani

La chirurgia è indicata quando il paziente ha perso molta funzionalità della mano o se ha troppo dolore. L’obiettivo è di ripristinare la funzionalità più possibile e di eliminare il dolore o ridurlo ad un livello tollerabile.

Un opzione chirurgica è la fusione dell’articolazione in cui la superficie artrosica è rimossa e le ossa si fondono insieme. Le ossa non potranno più muoversi perché l’articolazione è bloccata. La fusione articolare può essere usata per alleviare il dolore e correggere le deformità che interferiscono con il movimento.

Un altro approccio chirurgico è la ricostruzione dell’articolazione, in cui la superficie articolare degenerata si rimuove al fine di eliminare il contatto diretto delle ossa tra loro che provoca dolore e limita il movimento.
Una volta rimossa la parte di articolazione degenerata, si può sostituire con un tessuto morbido come un tendine, oppure con una protesi articolare.

Il tipo chirurgia scelto dipende dall’articolazione interessata, dalle attività e dalle esigenze del paziente.
Il chirurgo della mano può aiutare a decidere qual è il tipo di intervento più appropriato.

Se la chirurgia è necessaria, la riabilitazione dopo l’intervento chirurgico è molto importante.

LA SPINA CALCANEARE: cos’è e come si cura

Spina calcare

Spina calcareLa spina calcaneare è uno sperone osseo anomalo (osteofita), simile a una spina di rosa o a un artiglio, che si sviluppa nella parte posteriore o inferiore del calcagno che è un osso del piede.

Spesso associata a FASCITE PLANTARE o a problematiche al tendine d’Achille, la spina calcaneare è la possibile conseguenza di:

1- lesioni a carico di un tendine o un muscolo del piede
2- stiramenti eccessivi della fascia plantare
3- strappi ripetuti del periostio del calcagno.

Il sintomo più caratteristico della spina calcaneare è il dolore al piede.
Per una diagnosi corretta, l’esame più importante è la radiografia del piede.
Il trattamento di prima linea è di tipo conservativo; in caso di fallimento di quest’ultimo, l’alternativa è l’intervento chirurgico.

Spina calcareVEDIAMO ORA PIÙ SPECIFICAMENTE

Cos’è la spina calcaneare?

La spina calcaneare è un osteofita localizzato a livello del calcagno.
Gli osteofiti sono piccoli speroni ossei, simili a una spina di rosa, a un becco o a un artiglio, che si formano lungo i margini articolari di ossa sottoposte a processi erosivi e irritativi dal carattere cronico.

TIPI DI SPINA CALCANEARE

Esistono due tipologie principali di spina calcaneare:
1-la spina calcaneare inferiore
2-la spina calcaneare posteriore. Come si può intuire dai nomi delle due tipologie, l’elemento che distingue le due condizioni è la localizzazione dell’osteofita sul calcagno.
Spina calcaneare inferiore: l’osteofita risiede sulla pianta del piede, al di sotto del calcagno, precisamente a livello del punto d’inserzione della fascia plantare.
Nella maggior parte dei casi, tale condizione è associata a fascite plantare; più raramente, a spondilite anchilosante.
Spina calcareSpina calcaneare posteriore: l’osteofita risiede nella parte posteriore del calcagno, a livello dell’inserzione del tendine d’Achille. Di norma, è visibile anche a occhio nudo.
Molto spesso, tale condizione è associata a un’infiammazione del tendine d’Achille.

La formazione degli osteofiti è un fenomeno di neoapposizione ossea, innescato da processi erosivi e irritativi a carico dell’osso su cui compare l’anomalia.

CAUSE PIÙ COMUNI

Nel caso della spina calcaneare, le cause di quest’ultima sono generalmente lesioni a carico di un tendine o un muscolo del piede, stiramenti eccessivi della fascia plantare oppure strappi ripetuti del periostio del calcagno (N.B: il periostio è la membrana biancastra che riveste le ossa).

CAUSE MENO COMUNI

Più raramente, la spina calcaneare può essere anche il risultato di malattie infiammatorie, come l’artrite reattiva, la spondilite Spina calcareanchilosante e l’iperostosi scheletrica idiopatica diffusa.

FATTORI DI RISCHIO

Tra i fattori di rischio della spina calcaneare, rientrano:
1- Camminare con un’andatura anomala, la quale comporta un eccessivo stress per il calcagno, i legamenti situati in prossimità del calcagno e/o i nervi che decorrono vicino all’osso calcaneare;
2- Correre o fare jogging su superficie molto dure;
Indossare scarpe inadatte, specie quelle che comportano una modificazione eccessiva dell’arco plantare;
3- Essere in sovrappeso o soffrire di obesità.

FATTORI DI RISCHIO DI SPINA CALCANEARE E FASCITE PLANTARE

Poiché la spina calcaneare è spesso associata alla fascite plantare, vale la pena ricordare i fattori di rischio di questa seconda condizione:
1- Età avanzata. L’invecchiamento comporta una riduzione della flessibilità della fascia plantare e un assottigliamento del cuscinetto adiposo situato inferiormente al calcagno;
2- Diabete;
3- Trascorrere molte ore del giorno in piedi;
4- Attività fisica inadeguata (es: eccesso di allenamento, riscaldamento inadeguato ecc);
Spina calcare5- Soffrire di piede piatto o piede cavo.

SINTOMI

La spina calcaneare può essere 1- asintomatica – ossia non causa alcun disturbo
2- sintomatica.
Quando è sintomatica, le manifestazioni cliniche più comuni consistono in:
1- Dolore intermittente o cronico durante la camminata, il jogging o le attività di corsa veloce.
2- Dolore al Piede che nei casi più gravi compare anche stando in piedi tante ore consecutive;
3- Senso di indolenzimento a livello dei tessuti che circondano la spina calcaneare;
4- Senso di dolore a carico dei tessuti che risiedono attorno alla spina calcaneare.

SINTOMI DELLA SPINA CALCANEARE ASSOCIATA A FASCITE PLANTARE

Il quadro sintomatologico di quando la spina calcaneare è associata alla fascite plantare comprende:
1- Dolore, simile a un fitta, al tallone. La sensazione dolorosa è dovuta a un processo infiammatorio a carico della fascia plantare;
2- Dolore alla pianta del piede, dopo lunghi periodi in piedi, lunghe camminate, attività di corsa ecc;
3- Dolore mattutino al piede. La presenza del dolore mattutino è una conseguenza dell’accorciamento della fascia plantare, che ha luogo durante il riposo notturno, per effetto della posizione assunta dalle dita dei piedi. Al risveglio, i movimenti dei piedi richiedono un allungamento della fascia plantare e ciò comporta, laddove la fascia plantare sia infortunata, la comparsa di una fastidiosa sensazione Spina calcaredolorosa.
L’intenso dolore mattutino è transitorio.

DIAGNOSI

L’esame più indicato per individuare un problema come la spina calcaneare è la radiografia del piede (o raggi X al piede).
La radiografia del piede fornisce delle immagini sufficientemente chiare delle ossa del piede e delle anomalie che possono possedere. È una procedura indolore; tuttavia, è bene precisare che, durante la sua esecuzione, il paziente è esposto a una piccola dose di radiazioni ionizzanti dannose per la salute dell’essere umano.

DIAGNOSI DELLE CONDIZIONI ASSOCIATE

Per diagnosticare le possibile condizioni associate alla spina calcaneare (es: fascite plantare, problemi al tendine d’Achille ecc), sono fondamentali l’esame obiettivo e l’anamnesi.
L’esame obiettivo è l’insieme di manovre diagnostiche, effettuate dal FISIOTERAPISTA , per verificare la presenza o assenza, nel paziente, dei segni indicativi di una condizione anomala.
L’anamnesi è la raccolta e lo studio critico dei sintomi e dei fatti d’interesse medico, denunciati dal paziente.

TRATTAMENTO

Il trattamento della spina calcaneare dipende dalla presenza o meno della sintomatologia e può prevedere una terapia conservativa (o non-chirurgica) oppure una terapia chirurgica.
In genere, il ricorso alla terapia conservativa rappresenta la scelta terapeutica di prima linea. Il ricorso alla pratica chirurgica, infatti, avviene solo quando le cure conservative non hanno fornito i risultati sperati e la sintomatologia è ancora in atto.
In assenza di sintomi, la spina calcaneare non richiede alcun tipo di trattamento.

TERAPIA CONSERVATIVA

La terapia conservativa non permette di eliminare la spina calcaneare, ma garantisce comunque ottimi risultati contro la sintomatologia dolorosa.
I più comuni trattamenti conservativi, adottabili in caso di spina calcaneare, consistono in:
Un periodo di riposo da tutte quelle attività che favoriscono la comparsa del dolore (es: corsa, lunghe camminate ecc);
La somministrazione di farmaci antidolorifici, per ridurre la sensazione dolorosa. Esempi di antidolorifici somministrabili sono: il paracetamolo, l’ibuprofene e il naprossene;
Esercizi di stretching (o allungamento muscolare) e potenziamento per tutti i muscoli della gamba che fanno riferimento al tendine d’Achille. Ciò è utile sia in caso di spina calcaneare associata a problematiche al tendine d’Achille, sia in caso in spina calcaneare associata a fascite plantare;
L’utilizzo di scarpe che non premono sulla spina calcaneare;
L’utilizzo di ortesi plantari da inserire nelle calzature di tutti i giorni e non solo. Sono utili a ridurre la sensazione dolorosa sia in presenza di fascite plantare sia in presenza di problemi al tendine d’Achille;
Esercizi di fisioterapia mirati alla prevenzione della fascite plantare e dei disturbi al tendine d’Achille.
Molto utile sarebbe sottoporsi a sedute di ONDE D’URTO e LASERTERAPIA

TERAPIA CHIRURGICA

La terapia chirurgica per la spina calcaneare comprende la rimozione dell’osteofita e, per i casi associati a fascite plantare, l’intervento di distensione della fascia plantare
Dopo la terapia chirurgica, è importante che il paziente si attenga ai consigli dei medici, per una guarigione efficace e senza complicazioni.
Tra i consigli medici, rientrano: il riposo fino al completo recupero della funzionalità del piede, l’applicazione di ghiaccio per sfiammare la sede d’intervento, l’elevazione della gamba e l’evitare di caricare da subito il piede operato (è indicato l’uso di stampelle).
Alcune possibili complicanze della pratica chirurgica sono: infezioni, dolore neuropatico dovuto alla lesione di qualche terminazione nervosa, senso d’intorpidimento al piede e cicatrici in corrispondenza della sede d’intervento.

Di norma, in caso spina calcaneare, i medici ritengono indispensabile la pratica chirurgica quando la terapia conservativa non ha avuto alcun successo e quando i sintomi si protraggono incessantemente per 9-12 mesi.

PROGNOSI

La prognosi della spina calcaneare è generalmente positiva.
Secondo alcune recenti statistiche, nel 90% dei casi, il trattamento conservativo ha successo e il paziente può considerarsi guarito.
Il ricorso all’intervento chirurgico, quindi, è una circostanza alquanto infrequente.

PREVENZIONE

Indossare scarpe comode e di buona fattura, scegliere delle calzature di qualità per svolgere attività sportiva come la corsa o il jogging, fare sempre un opportuno riscaldamento prima di qualsiasi esercizio fisico, allenarsi con costanza senza voler strafare e inserire nelle scarpe eventuali supporti, solette o plantari (laddove, ovviamente, sia consigliato) sono le principali misure preventive, nei confronti della spina calcaneare.

La Contrattura Muscolare: cos’è e come si cura

Contrattura

Contrattura
Definizione

La Contrattura muscolare è una contrazione involontaria, insistente e dolorosa di uno o più muscoli scheletrici. Il muscolo coinvolto si presenta rigido e l’ipertonia delle fibre muscolari è apprezzabile al tatto.

Cause

La contrattura è di per sé un atto difensivo che insorge quando il tessuto muscolare viene sollecitato oltre il suo limite di sopportazione fisiologico.

ContratturaL’eccessivo carico innesca un meccanismo di difesa che porta il muscolo a contrarsi. Le cause predisponenti possono essere di natura meccanica e/o metabolica ma non sono state ancora definite con chiarezza. Ciò che si sa è che sono in qualche modo correlate ai seguenti fattori:

1- mancanza di riscaldamento generale e specifico
2- preparazione fisica non idonea sollecitazioni eccessive,
3- movimenti bruschi e violenti

problemi articolari, SQUILIBRI POSTURALI e muscolari, mancanza di coordinazione

La contrattura è la meno grave tra le lesioni muscolari acute poiché non causa alcuna lesione anatomica alle fibre. Ciò che si verifica è semplicemente un aumento involontario e permanente del loro tono.

ContratturaSintomi

Il soggetto colpito da una contrattura avverte un dolore modesto e diffuso lungo l’area muscolare interessata. L’ipertonia viene percepita piuttosto chiaramente e l’atleta lamenta una mancanza di elasticità del muscolo durante i movimenti. La palpazione consente di apprezzare l’aumento involontario del tono muscolare e di evocare dolore soprattutto in alcuni punti (trigger point attivi).
Il dolore è tollerabile e non impedisce il proseguimento dell’attività sportiva. Tuttavia per allontanare il rischio di complicazioni è bene sospendere immediatamente l’allenamento o la competizione.

Cosa fare – Trattamento

Il riposo è la terapia più efficace. Per guarire da una contrattura normalmente sono sufficienti 3-7 giorni di stop, che potrebbero diventare molti di più se non si rispettano i giusti tempi di recupero. Inutile e controproducente continuare a svolgere le attività sportive che evocano fastidio o dolore alla zona interessata.

Per accelerare il recupero sono utili tutte quelle attività che consentono di allungare la muscolatura e di favorire l’afflusso di sangue ai muscoli.
Una attività aerobica moderata abbinata a qualche esercizio di allungamento aiuta a distendere la muscolatura sia direttamente (stretching) che indirettamente (iperemia locale). L’ideale sarebbe effettuare sedute di massaggi decontratturanti in modo da allentare le tensioni muscolari ed ottenere benefici anche a livello antalgico.
Sicuramente utili, ma da utilizzare solo nei casi più gravi e sotto controllo medico, sono i farmaci antinfiammatori (FANS) e miorilassanti che con la loro azione contribuiscono a distendere la muscolatura.

Tra le terapie strumentali utili per accelerare i tempi di recupero avremo la TECARTERAPIA, la LASERTERAPIA, la CRIOTERAPIA e lo stretch and spray.
Se la sintomatologia non scompare dopo 10 giorni di trattamento conservativo (riposo), è bene sottoporsi a visite specialistiche per accertarsi che non vi siano lesioni muscolari ben più gravi o che il dolore non sia la conseguenza di un altro problema (sindrome miofasciale, squilibri posturali, problemi articolari, ecc.).

La Periostite tibiale: cos’è e come si cura

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periostite-01La periostite è l’infiammazione acuta del periostio, ovvero la membrana di tessuto connettivo che ricopre l’osso, solitamente la tibia.
La parte colpita è quella in cui si inseriscono i muscoli: tibiale posteriore e soleo, le altre aree dell’osso non sono dolorose.
Le fitte sono molto intense perché il periostio è molto innervato, per usare dei termini comprensibili a tutti è come un “calcio nello stinco”.
Diverso è il caso della periostite infettiva, causata da un’infezione batterica che si tratta con antibiotici o farmaci specifici per questa patologia.
Quali sono le cause della periositite?
I soggetti colpiti nella stragrande maggioranza dei casi sono runner: podisti o velocisti, ma in certi casi la periostite interessa calciatori, cestisti e altri sportivi che corrono molto.
Gli atleti provocano un sovraccarico funzionale su questa struttura, a livello anteriore e interno della tibia.
L’infiammazione del periostio si può verificare anche dopo un trauma diretto sull’osso.
Il tibiale posteriore è un muscolo supinatore, quindi è fondamentale nei movimenti del piede per l’equilibrio e la correzione della postura.
Gli atleti che soffrono di più per questo problema sono quelli che hanno un piede cavo e pronato perché mantengono in allungamento il muscolo tibiale posteriore durante la corsa.
La periostite colpisce soprattutto durante i periodi in cui c’è un incremento notevole dei km percorsi o della velocità, inoltre si può avvertire alla ripresa degli allenamenti dopo una pausa.

periostite-02Altri fattori che favoriscono la comparsa della patologia sono:

1- Calzature non adeguate
2- Corsa in discesa
3- Terreno di gioco troppo duro
4- Obesità
5- Eterometria degli arti inferiori (lunghezza diversa)

Quali sono i sintomi della periostite?

periostite-03Il dolore può iniziare dopo un trauma oppure con il sovraccarico, simile ad una tendinite, i sintomi dipendono dalla causa.
Gli atleti hanno un dolore che inizia ad intensità ridotta, ma con il passare del tempo, cresce progressivamente fino a diventare insopportabile e pungente, inoltre si può presentare anche di notte.
Il sintomo principale è il dolore nella regione centrale e interna della tibia, può colpire solo una gamba, ma può essere bilaterale.
Durante i movimenti di flessione plantare, correndo e saltando si avverte molto più intensamente, a riposo i sintomi si riducono.
Il dolore aumenta al tatto (premendo sull’area infiammata).
Quali sono gli esami strumentali indicati per la periostite?
La radiografia riesce ad evidenziare delle anomalie del periostio e della tibia, mentre la scintigrafia ossea permette di escludere altre patologie, per esempio un tumore osseo o una microfrattura da stress.

periostite-04Si può eseguire una Risonanza magnetica che mostra un eventuale edema dell’osso.
Cosa fare? Qual’è la cura per la periostite?
In fase acuta la terapia migliore è la crioterapia (ghiaccio) e il riposo funzionale, è fondamentale interrompere le attività sportive prima che la periostite diventi cronica.
Dopo i primi 2/3 giorni, bisogna capire qual’é l’origine del problema per eliminare la causa e non solo i sintomi, altrimenti, alla ripresa degli allenamenti c’è il rischio di recidiva.
Bisogna quindi capire se:
1- C’è un piede cavo e pronato,
2- Il paziente ha una marcata ipotrofia dei muscoli: soleo e tibiale posteriore,
3- Ha esagerato con l’allenamento su terreni duri e in pendenza.
Per agire sull’infiammazione ci sono delle terapie fisiche che hanno effetto antinfiammatorio, le più indicate sono la Tecar® terapia e la Laserterapia che sono ottimi rimedi perché penetrano nei tessuti connettivi come il periostio.
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Le onde d’urto sono indicate per questo disturbo, ma la zona è molto dolorosa, quindi la terapia può fare molto male.
Contemporaneamente se il paziente ha un difetto podalico dovrebbe utilizzare un plantare per correggere l’appoggio.
Se la causa del disturbo è il tipo di allenamento bisogna effettuare delle modifiche per sovraccaricare meno il periostio tibiale o applicare il taping adatto.

periostite-06La terapia manuale permette di liberare i blocchi delle articolazioni nei piedi e nella caviglia e di eliminare le contratture dei muscoli. In questo modo il piede e la caviglia hanno un movimento più naturale e il sovraccarico sull’osso si riduce.
Quali sono i tempi di recupero?
I tempi di guarigione sono di circa un mese se il paziente riposa ed effettua le terapie adatte.
La prevenzione delle recidive è fondamentale, bisogna cambiare le scarpe, il terreno per l’allenamento, perdere peso ed eventualmente inserire un plantare nelle scarpe.