Il tendine di Achille può davvero essere il punto debole di tanti sportivi, specialmente quando la sua funzionalità viene inficiata da una fastidiosa infiammazione dovuta a un disturbo che prende il nome di Malattia di Haglund. Quest’ultima colpisce il tendine solo secondariamente in quanto il suo obiettivo principale riguarda la struttura ossea del calcagno.
Può capitare infatti che nell’arco di alcuni anni si crei una sporgenza nell’osso posteriore del tallone che a lungo andare crea dolore e difficoltà motorie non trascurabili.
Fortunatamente con una buona terapia e sotto la supervisione di un medico preparato, il problema è facilmente superabile e nella maggiorparte dei casi i risultati dell’eventuale attività sportiva non subiscono alcun impoverimento.
Chi tende a soffrire della malattia di Haglund e perché?
La maggiorparte dei pazienti che soffrono di malattia di Haglund sono corridori o donne di età compresa tra i 15 e i 35 anni. Non è chiara la motivazione di tale formazione ossea, ma si è osservato che la familiarità e l’utilizzo di alcuni tipi di scarpe possono favorire il disturbo. Piedi cavi, piatti, patologie del tendine achilleo e tutte le piccole disfunzioni che influiscono sul modo di appoggiare i piedi durante la deambulazione possono causare l’insorgenza del Morbo di Haglund e l’utilizzo di scarpe col contrafforte troppo rigido può certamente aggravare la situazione.
Inizialmente il fastidio può essere piuttosto limitato, quindi si è soliti aspettare che il dolore passi da solo magari con l’aiuto di pomate antinfiammatorie, ma dopo un certo periodo di tempo, quando diventa chiaro che la situazione tende sempre a peggiorare il paziente si rivolge al medico che dopo una visita che accerti i punti di dolore e con l’analisi di radiografie adeguate, può verificare la presenza della sporgenza ossea e quindi della malattia di Haglund.
Nella maggiorparte dei casi la malattia non si limita alla formazione dell’osso, ma causa anche un’infiammazione del tendine di Achille, per cui risulterà impossibile flettere il piede, delle borse sierose che circondano il tendine e della cute stessa, a causa dello sfregamento meccanico tra l’eccesso osseo e la scarpa.
Come si risolve il problema?
Il primo approccio medico alla malattia di Haglund consiste nell’assunzione di FANS antinfiammatori e antidolorifici e in una terapia di tipo conservativo, tesa cioè a recuperare la motilità della caviglia con lo stretching o con le terapie strumentali tra cui gli ultrasuoni, il laser, le onde d’urto.
Quando questo non basta si rende però necessario l’intervento di osteotomia che consiste nell’asportazione chirurgica della sporgenza ossea.
L’intervento è piuttosto breve (35-40 minuti) e avviene con un’incisione di circa 5 cm sul calcagno da cui è possibile arrivare a tagliare l’osso con una piccola sega apposita o con uno scalpello. Quando il tendine viene leso dalla protuberanza il chirurgo provvede a fissarlo nuovamente all’osso con dei punti riassorbibili e infine l’incisione viene facilmente ricucita. Spesso si ingessa provvisoriamente la parte anteriore del piede per costringere il tendine di Achille in una posizione rilassata e facilitarne la cicatrizzazione.
Anche la convalescenza prevede dei trattamenti che si avvalgono di massaggi, elettrostimolazioni, crioterapia o tecarterapia che accelerino la guarigione.
Il recupero, per quanto riguarda le normali attività quotidiane, non supera i 2-3 giorni, ma per mettersi al volante è comunque meglio aspettare almeno 1 settimana. Gli sportivi non devono poi cedere alla tentazione di tornare subito in campo; è invece opportuno che attendano almeno 3 settimane.
In alcuni casi, quando la malattia è a uno stadio ancora iniziale, per calmare il dolore che si manifesta durante il movimento, può essere necessario semplicemente adattarsi a indossare un tipo di scarpe diverse. A meno che l’attività sportiva non imponga dei modelli particolari è possibile scegliere calzature con un contrafforte più morbido o addirittura aperte sul tallone e quando la cute è infiammata, lesa o si è formata una dolorosa callosità dovuta allo sfregamento è possibile ricorrere a dei cuscinetti in silicone capaci di proteggere il tallone dall’urto con le scarpe; in questo modo è possibile rallentare la formazione ossea e ritardare l’eventualità dell’operazione chirurgica.



Il morbo di Osgood-Schlatter (malattia di Osgood-Schlatter, sindrome di Osgood-Schlatter), altresì noto come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore fu descritto per la prima volta nel 1903 a opera di un ortopedico statunitense, Robert Bayley Osgood, e di un chirurgo elvetico, Carl Schlatter. La patologia interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei maschi si manifesta generalmente nel periodo compreso tra gli 11 e i 15 anni di età, mentre nelle femmine in quello compreso fra gli 8 e i 13 anni; ciò è dovuto al fatto che nel sesso femminile il processo di ossificazione dell’apofisi tibiale inizia più precocemente. Nel 25% dei casi, la patologia colpisce bilateralmente. Solitamente, i soggetti colpiti dal morbo di Osgood-Schlatter sono bambini che praticano sport in modo attivo, si riscontra specialmente in quelli che usano largamente il muscolo quadricipite (come accade, per esempio, nell’atletica, nel basket, nel calcio, nella danza, nel pattinaggio ecc.); la patologia è dovuta infatti alla ripetuta azione traumatica causata dalla trazione del tendine rotuleo sulla sua inserzione a livello dell’apofisi tibiale nella fase di contrazione del muscolo estensore della gamba; il morbo di Osgood-Schlatter ricorre spesso per esempio nei soggetti maschi di giovane età, specialmente se di alta statura, che praticano la danza classica; questo a motivo della forza esplosiva richiesta per eseguire i salti; anche i plié (i movimenti che prevedono il piegamento di uno o di entrambi i ginocchi) possono, a lungo andare, creare problematiche a livello dell’apofisi tibiale. La sintomatologia del morbo di Osgood-Schlatter è caratterizzata dal dolore, generalmente localizzato a livello del terzo inferiore del tendine; talvolta però si riscontra un’irradiazione verso la rotula o la tibia;
L’intensità del dolore è maggiore al termine dei movimenti di flessione o di estensione del ginocchio; in alcuni casi è possibile riscontrare la formazione di una tumefazione locale. Una complicanza abbastanza frequente della sindrome di Osgood-Schlatter è la formazione di una salienza ossea che in genere è abbastanza piccola e non procura dolore a meno che non sia sottoposta a una discreta pressione diretta; in alcuni casi è possibile la formazione di calcificazioni intra-tendinee che potrebbero essere, in età adulta, causa di processi infiammatori. Un’altra complicanza, invero molto rara, che potrebbe verificarsi è il distacco della tuberosità tibiale.
Superata la fase acuta, quando il quadro clinico lo permette, è possibile iniziare la fase rieducativa, primo step di una lenta, ma graduale ripresa dell’attività sportiva;